venerdì 27 luglio 2012

JD 22

Su John Doe si possono dire, si sono dette e si dicono un sacco di cose. Tutte più o meno vere. È roba da cialtroni, è roba raffinata. Ha spostato un po' più in là il confine che divide i bonelliani dai bonellidi. 
È postmoderno. Ha rotto il cazzo. È un capolavoro. 
Tutte queste cose sono vere. Ogni numero di JD, dal primo, è una variazione sul tema. In 99 numeri ha affrontato tantissimi aspetti, è una serie densa. Per questo motivo tutto quello che si può dire è vero. 
Quindi alla fine?
Alla fine tutto quello che rimane è l'onestà del prodotto. 
È questo che vale in JD. Scava scava non resta altro che questo. 
L'onestà di Roberto e Lorenzo anche quando hanno fatto i paraculi, perché le volte che sono stati più onesti lo sono stati talmente fino in fondo che per pareggiare il resto hanno ancora qualche credito a disposizione. 
Anche i disegnatori sono stati onesti, nei loro limiti e nei limiti imposti da una produzione serrata (si tranquilli, mi ci sto mettendo anche io in mezzo, non sono stupido, la voglio anche io l'assoluzione!). Pensate solo che un albo Bonelli di 94 pagine, generalmente, lo finisci oggi e lo vedi pubblicato dopo un anno (se va bene), quindi con dei tempi di lavorazione molto lunghi. Su JD finivi l'albo di 94 pagine e due mesi dopo era in edicola (quando andava male un mese).
Da qualche parte ho scritto che la cosa che mi piace più di JD è il fatto che sia un fumetto senza rimpianti.  
Questo vuol dire molto per me. Vuol dire che, nonostante tutto, le cose buone superano di gran lunga quelle brutte.
Quindi W JD

domenica 22 luglio 2012

I traumi dell'arte


Tra un artista che si confronta con la società e la società che si confronta con l'artista, secondo me c'è il muro invalicabile dell'opera. L'opera è lo spartiacque tra i due mondi. Perché l'artista confrontandosi con il reale e la società dà forma al suo pensiero in un'opera che rimanda l'immagine di quel pensiero. Quando la società, rappresentata dai singoli individui, si ritrova davanti al prodotto di questa elaborazione, non ha davanti l'artista, non ha davanti nessuno con cui confrontarsi se non se stessa. Quello che l'opera rimanda a chi ne fruisce è il frutto dell'articolazione di un pensiero che non può essere esplicato in nessun'altra forma al di fuori dell'opera stessa, di conseguenza il fardello del confronto è tutto compreso in colui che guarda l'opera, perché l'altra parte, quella che ha creato l'opera, sta dietro il muro dell'opera stessa. Chi guarda l'opera si confronta con se stesso usando gli strumenti dell'opera. Quindi di chi è la colpa se usando gli strumenti dell'opera ci si taglia? È colpa dell'artista che ha creato l'opera o è colpa di chi l'ha usata in modo poco accorto? Dal mio punto di vista  è colpa di chi l'ha usata in modo poco accorto e a nulla vale additare colui che ha messo lì la forbice. Al massimo gli si può chiedere per quale motivo abbia messo lì la forbice ma non ha nessuna responsabilità nei confronti di chi la forbice non la sa usare. Chi non sa usare la forbice avrebbe dovuto imparare ad usarla. Avrebbe dovuto avere qualcuno che glielo insegnasse. Quindi secondo me non ha nessun senso neanche dire, pensaci prima a dove mettere la forbice. Perché non è compito di colui che crea l'opera stabilire chi sa e chi non sa usare la forbice, è compito della società. La paura generata da certi eventi, scuote nel profondo la coscienza da entrambe le parti del muro. E sicuramente colui che ha creato l'opera porterà in sé il peso della responsabilità, ma di quella responsabilità non deve risponderne a nessuno se non a se stesso, così come la società si deve prendere il peso della responsabilità che ha nei confronti di tutti i singoli individui, ivi compreso l'artista. Perché la società ha in se una grandezza e una forza che nessun artista potrà mai eguagliare e questo porta ad una disparità incolmabile nel momento in cui pretende di ottenere giustizia da colui che secondo me non ha colpe. Sulla base di questa disparità, d'altra parte, non concordo con il delirio di onnipotenza secondo il quale chi crea deve responsabilizzarsi nei confronti della società. Non concordo perché responsabilizzarsi nei confronti di qualcosa limita l'atto creativo. Quindi colui che crea dovrebbe limitare a priori la sua creatività. Non concordo perché trovo ridicola la figura di un artista che si erge sopra le masse e pretende di esserne padre responsabile, non capendo minimamente qual'è il suo ruolo nella società e prevedendo nel suo operato un potere che travalica la realtà.

venerdì 6 luglio 2012

SDREGA come si dice a Bari



Piperno, Il fuoco amico dei ricordi, lo Strega, io, che mondo rutilante!
Mentre sono spaparanzato in poltrona con un ranocchietto che mi dorme sulla panza (Diego, nipoto acquisito) vengo a sapere che Piperno è tra i finalisti del premio Strega. L'aria si fa concitata, le zanzare sciamano con frenesia, la macchinetta ad ultrasuoni funziona, le bastarde mi temono. Aspetiamo con ansia il risultto finale, il succo di frutta all'arancia scorre a fiumi, il ranocchietto continua a dormire beato sulla mia panza. Le zanzare vanno fuori di testa, lo zucchero del succo d'arancia fa il suo dovere. Piperno ha vinto il premio strega. Arriva la notizia. sto per lanciare in aria il bambino, ma solo perché fa caldo. Sono contento. Mi concedo una sorsata di ferrarelle ghiacciata. Le bollicine sono sempre utili in certi casi.





Come?
Ah, certo.non v'ho detto il motivo di tanta concitazione. Si da il caso che il libro di Piperno (ma anche quello precedente) lo abbia illustrato io. Poca roba eh? Però un sorso di liquore me lo bevo pure io!